Sconfiggere il terrorismo. Tutte le persone civili desiderano che ciò avvenga. Il problema è il come. Forse decapitandolo, come è successo con Al Qaeda e con l’assassinio del suo leader, Osama Bin Laden, freddato ad Abbotabad pochi giorni fa. Ma questo genere di organizzazioni non hanno una sola testa, un solo vertice. Al Queida ha certamente previsto l’eventuale cattura del proprio leader, ed è altamente improbabile che non si sia preparata a tale evenienza.
Bin Laden è morto, non il terrore.
Processare il leader di Al Qaeda sarebbe stata davvero una vittoria della giustizia. Se il numero uno della più temuta organizzazione terroristica fosse stato catturato vivo, inoltre, oggi potremmo avere da lui molte informazioni. Si sarebbe dovuto fare tutto il possibile perché ciò avvenisse. Quanto è accaduto, invece, lascia spazio a molti dubbi e a troppe tesi complottistiche. Parte del mondo occidentale si sente preso in giro, a torto o a ragione. Molti, oltretutto, faticano a esultare per la morte di un uomo, qualunque delitto abbia commesso. E’ una questione di concezione della giustizia, non solo di strategia militare. L’idea di seppellire immediatamente in fondo al mare il corpo di Osama Bin Laden, inoltre, è stata una decisione alquanto discutibile, tanto da essere dibattuta non solo nella scrupolosa e poco decisionista old Europe ma anche negli stessi impavidi e intraprendenti States. Alan Dershowitz, leggendario principe del foro USA che ha apertamente appoggiato Obama durante l’ultima campagna elettorale, ha dichiarato: ”L'assassinio di Osama Bin Laden è stato gestito in maniera catastrofica dall'inizio alla fine. La decisione di non pubblicare le foto post-mortem del leader di Al Qaeda scattate dai Navy Seals è solo l'ultimo di una lunga serie di errori commessi dal nostro presidente”. Nel compimento di un’azione tanto delicata non si sarebbero dovuti lasciare così tanti spazi bui. Il monito di Dershowitz è inquietante per l’amministrazione statunitense: “Obama ha deciso di trattare il leader di Al Qaeda in maniera diversa rispetto a tutti gli altri soggetti negli innumerevoli casi criminali che affollano i tribunali USA. Gli errori giudiziari commessi in questo caso ci perseguiteranno per anni, forse decenni a venire”.
La storia si scrive giorno per giorno. Un celebre e influente terrorista è morto e tanta gente si è riversata in strada, chi per festeggiare, chi per giurare vendetta. I servizi segreti di gran parte dei Paesi occidentali stanno allerta: si aspettano una controffensiva da parte della temibile organizzazione che ha perso un uomo e guadagnato rabbia e volontà di colpire l’odiato nemico. Se si fosse percorsa la strada della cattura, invece, ora tutto il mondo sarebbe col fiato sospeso aspettando di vedere Osama Bin Laden in aula, sotto processo, come fu per Saddam Hussein. Viene il sospetto che l’amministrazione Obama abbia temuto l’eloquenza dell’accusato. Ma alzi la mano chi non avrebbe voluto sentire con le proprie orecchie come il re del terrore avrebbe giustificato le sue efferate azioni e le sue letali direttive.
Vorremmo realmente vivere tutti in un mondo più giusto. Il compito di fare sì che ciò avvenga è decisamente complesso. Ma dopo dieci anni di ricerche e di studi, forse, si sarebbe potuto e dovuto fare davvero giustizia.
